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Quando torni,
nel sogno,
sembra ancora vivo un dolore,
l'intesa non consumata,
il sorriso restituito.
Sarong spiegati al vento,
piedi nudi,
altari terreni di felicità minute,
di parole incomprese come simboli intatti.
Ad ogni angolo sovvieni,
di forza nuova,
di immutata attesa,
di azzurro intenso negli occhi
e di lontananze incolmabili.
Le tue stelle scure al mattino
hanno adesso luce diversa,
cielo scambiato.
Scrivi,
disciplinando parole
che non sognano ordine,
scarti di pensiero
dilacerati d'assenza.
Dormi e raccogli il tuo corpo,
ti abbracci con le dita racchiuse
e non c'è altro spazio.
Come Peter Pan
mi visiti la notte,
ed è magica epifania.
Mi lasci piccola Wendy
mentre insegui la tua ombra ballerina
verso un'altra isola che non c'è.
Archi rosso rubino
sul calice
brillano di candela.
Mi guardi occhi neri,
quieto sorridi
e cadono altre gocce
dai capelli bagnati.
Rosso e blu delle tue tele,
il Maestro col cilindro,
giallo di stelle
la Signorina in bilico,
mezze lune in cielo
e 17 febbraio
a incorniciare il sogno.
Sembra ora svanito l'incanto
che sempre schiudeva fessure
di nero profondo,
di occhi lontani
sperduti nel niente.
Occhi negli occhi,
istanti,
silenzi.
Fino a non ricordare più
il suono
di una sola mano
che applaude.
Il sorriso ad accogliermi
l'abbraccio al ritorno,
inciampo perplessa
nei tuoi occhi neri,
trappole ironiche,
dove si impiglia
ogni dubbio,
lasciandomi in quiete.
Contorni sbiaditi,
evanescenza
di memoria lontana,
di sogno interrotto
che a tratti riaffiora.
LEGO. Ipotesi di costruzioni.
Allora erano astronavi con case,
case con astronavi.
Cosa farne, adesso,
di tutti i tuoi mattoncini
così mescolati?
Torni con altri occhi,
con altre parole.
Torni di nuova vita
per dimostrarmi
che in fondo
niente è cambiato.
Strane voci ti parlano,
sconosciuti ti provocano,
hai paura di loro, di te.
Elena, lontana.
Ti abbraccio, inutile,
da questa distanza intima
con l'abbraccio più dolce
e silenzioso che posso.
Stelle basse
di cielo estivo
in questa parte di mondo,
dove la stoffa del sogno
è di trama leggera.
Odore d'incenso
sulla pelle scura
tra i capelli salmastri
secchi di sole e d'acqua,
mentre le dita svagate
giocano
con tre conchiglie.
Oisin e Niamh,
sulla mia terra di TirNanOg,
sulle tre isole l'incanto.
E tu che non accetti,
umano,
questo sogno perfetto e
sempre uguale,
questa noia d'amore
che mai si rinnova.
Nel Regno Incantato,
sulla collina
il pesco è già in fiore,
tutto intorno
ancora neve.
E fantastico di nuova vita,
di altra attesa,
mentre intorno, tutto,
è ancora, solo
neve.
Mi chiedi della solitudine.
Le solitudini vissute in due
sono le peggiori,
memorie di un ultimo brindisi di Achmatova.
Da soli
non siamo mai così soli.
Ritorni,
riflesso argenteo di un ulivo
scelto a dimora.
Parole e sogni, vino.
Robin e la canzone dei desideri.
Una foto a cavallo,
il vento
e il mare mai incontrato.
Vado, dinuovo
di sola andata,
di tutto alle spalle,
di nessun rimpianto.
Di insofferenza vigliacca
che a tratti riaffiora.
A poco è servito il sogno
teso al vento ad asciugare.
Povero labirinto,
fradicio di dubbi,
che neppure il vento
solleva.
Tutto è dinuovo ordine,
in questa terra a nord.
L'Amstel mi culla dai canali,
nelle ore allungate
di sole eterno
adagiato all'orizzonte.
Ma sempre,
e ancora
mi sfiora questo vento inquieto,
memoria celtica,
che ovunque mi accompagna.
Scioccamente ho creduto cercassero me.
Trent'anni da quegli occhi
in bianco e nero.
Adesso incantano dalla parete.
Sguardo curioso sulla vita
che forse non ti ha poi donato
ciò che gia allora sembravi cercare.
Questa notte
le stelle non hanno sonagli
e il cielo è triste....
forse da qualche parte
una piccola pecora
ha davvero mangiato un fiore...
E ritrovo il sorriso e le parole,
lo strano modo di misurare la vita.
Tu un po' più avanti,
io dieci centimetri indietro.
La confessione intima
e il ritrovarsi semplice,
come se mai ci fossimo persi.
Ma poi chissà perchè
sempre abbiamo avuto,
alla fine delle parole,
un altrove cui tornare.
A poche ore dal riabbracciarti
non desidero più un figlio,
non desidero più un porto.
Desidero te, ancora,
ridere e viaggiare
e amarti,
come sempre.
Accolgo tue stranezze
come fossero mie,
condivido le tue evasioni
scoprendo comprensioni che,
forti,
mi evitano spasmi.
Poi mi chiedo
se anche tu
provi
ancora
tutto questo.
Dita esili e forti
e note calde,
e la chitarra che
mi passi sorridendo.
Sorriso che conosco.
Idee simili al mio discanto.
Hai ragione,
fuggo.
Ma non sarà per sempre,
anzi,
mi sembri già un ritorno.